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A proposito del venditore

Marco Locci è nato a Mele, nel 1951 e sempre in Liguria si è spento il 5 maggio 2015. 

Sbalorditivo artigiano (e non pittore), in tal maniera preferiva essere chiamato perché tanto gli piaceva lavorare con le mani, ruvide e callose come quelle di un manovale. Ma Marco viene ricordato anche per essere stato uomo dei boschi, un instancabile esploratore di monti ed un abile ricercatore di funghi pur su terreni già poco prima perlustrati da altri e coperti da alberi ed arbusti.Lì, in campagna, seppelliva in posti sconosciuti delle capsule del tempo, per mantenere vivo il ricordo di fatti per lui fondamentali. Si sa che ne costruì una per la moglie Clara, venuta a mancare giovanissima, e una per Claudio Costa. Taluni erano oggetti di uso abituale tipo penne e temperini, che poi andava a dissotterrare per vederne l’azione dello scorrere del tempo. Ancora di più Locci è stato uomo del miele. Egli ha riprodotto in una miriade di raffigurazioni la configurazione dell’arnia, sopra la quale è posizionata la scritta “Il mio nome deriva dal miele” posta nella parte superiore dello stemma comunale di Mê. Configurazione dell'arnia cui sembrano rifarsi in modo impressionante le architetture fantastiche create dallo schivo melese, denominate Babel e il cui termine deriva dalla Torre di Babele e dall’influenza di Giambattista Vico. Un ciclo di 90 archetipi maschili e femminili, miti della nostra civiltà e del nostro inconscio in catrame e acrilico, carta, ferro arrugginito, sassi delle dimensioni di 90X90 cm e 40X40 cm circa. Una riservatezza, quella di Marco Locci – che non a caso di continuo difese la propria intimità –, a celare una segreta dolcezza. Una profonda tenerezza protetta grazie ad una moltitudine di api, che rimandano ad altri elementi fondamentali della sua produzione artistica e cioè ai Patanchi. A tali figure immaginarie che esistono sul limite estremo dei buchi neri, si è dedicato instancabilmente dal 1979, fino all’ultimo, con l’inizio di “Storie dal Paese dei Patanchi” – esposizione proseguita nel 2000 alla Galleria Il Bostrico di Albissola Marina. Serie di 40 pezzi di dimensioni variabili da 80X60 cm a 40X30 cm, i “Patanchi” sono un popolo lillipuziano che è stato possibile ammirare nel 2004 al Museo Nazionale dell’Antartide a Genova e in “Dans le monde des Patanchi” nel 2005 nell’Atelier d’Emmanuelle, in Belgio. Marco non frequentò scuole d'arte o accademie e, benché iscritto alla Facoltà di Architettura, non conseguì mai la laurea. Lo spontaneo ed assai originale estro tuttavia traspare in tutta la sua evidenza sin dalle prime opere, dipinti di facciate e costruzioni destinati a sviare quasi immediatamente in direzione surreale e realizzati con un puntinismo minuzioso, a smalto. Autodidatta, la carta, per le illustrazioni, spesso se la fabbricava da sé (colorandola persino ed inserendola nei suoi quadri). Vari e differenti i materiali utilizzati da Locci che lo videro sperimentare con qualsiasi cosa. Amava l'arte rupestre e a volte usava il nerofumo e lo strutto, ma altresì la creta – con cui modellava piccole teste su cui lasciava aperti dei buchi, dove a primavera seminava dei fiori. Una volta realizzò addirittura un quadro con un rospo imbalsamato, che dipinse di azzurro, e vi aggiunse in basso la didascalia <<Una nuvola può assomigliare a un rospo e un rospo a una nuvola>>. Usava pure le pelli dello stoccafisso e quelle delle bisce. Per dipingere il ligure incominciò con l'olio (che trovò troppo pesante), dopo passò all'acrilico che utilizzava con la stessa tecnica dell'acquarello e che gli permetteva una pennellata più nitida e formalmente pulita. Il piano per i quadri invece se lo costruiva, ossia prendeva una tavola di legno e ci incollava la tela più economica e sottile possibile. Sovente vi applicava delle garze per simulare la nebbia, che considerava una metafora dell'ottenebramento mentale. Infine si fabbricava le cornici, il suo primo lavoro in gioventù, strizzandovi il pennello per ottenere delle macchioline di colore scuro a determinare un effetto di invecchiamento. Molteplici i riferimenti poetici e letterari presenti negli scritti che corredano le sue composizioni e nei suoi testi autonomi. Comune denominatore di tutta l’esistenza di Marco Locci è stato però, sempre, il viaggio sebbene abbia percorso per vocazione soltanto itinerari fantastici e oltre qualsiasi mondo conosciuto. Visioni immaginifiche e paesaggi di fantasia, moltissimi dei quali raffiguranti il mare perché, scrisse una volta, <<Io dipingo il mare per quelli che non hanno occhi per vederlo, dipingo l'orizzonte per chi non sa immaginare quali meraviglie si trovino al di là di esso>> – vale la pena ricordare che risalgono al 1980 le sue esposizioni, da allora annuali, a tema marinaro, nell’ambito della rassegna Mare Nostrum all’antico Castello di Rapallo. …Uomo dal multiforme ingegno, al mare Marco arrivò seguendo la passione per la musica. Locci venne presto notato da agenzie pubblicitarie che lo ingaggiano e dalla casa discografica RCA, che gli commissiona delle illustrazioni per parecchie copertine di dischi a 33 giri. Ed è alla fine degli anni Sessanta, allorché la musica commerciale divenne l'asse portante della gioventù dell'epoca, che decide di aprire una discoteca. Nasce dunque il Camelot, locale sotterraneo che ha da subito un grande successo. Tra i frequentatori del ritrovo c'è Clara. I due si innamorano e durante il giorno vanno a lavorare entrambi in un negozio di cornici rapallese; alla notte Marco raffigura minuziosamente le grandi navi del passato. È così che l’uomo del bosco si innamorò delle regine del mare, documentandosi sulle loro storie e leggende che ricollegò alle molteplici letture di avventure straordinarie che, nei suoi quadri, divengono visioni pur quando la rappresentazione sembra realistica poiché il segno è estremamente preciso, quasi fotografico. Rilevante nell’intera produzione di Marco Locci è stato infatti Jorge Luis Borges, il suo autore preferito, che lesse e rilesse di continuo tanto da sondare e concretizzare – per mezzo delle imbarcazioni – quelli che in realtà erano i suoi sogni di avventura al di là del tempo e dello spazio.  

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