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A proposito dell' artista

MARIO VORIA nato all’inizio degli anni Sessanta a Rutino e cresciuto ad Agropoli, nel cuore del Cilento in provincia di Salerno, si forma in una terra sospesa tra le asprezze dell’entroterra e l’orizzonte aperto del Mar Tirreno. È un paesaggio duplice e potente, che fin dall’infanzia imprime nel suo sguardo il senso della stratificazione, del contrasto e della luce: elementi che diventeranno centrali nella sua poetica fotografica.

La passione per l’arte nasce quasi per provocazione. Alle scuole medie, un insegnante di educazione artistica lo rimprovera dicendogli che è “peggio di un certo Michelangelo Buonarroti”, nome per lui allora sconosciuto. Quel paragone, nato come critica, si trasforma in scintilla: la curiosità lo spinge a chiedere materiale su Michelangelo Buonarroti e l’incontro con il maestro del Rinascimento si rivela decisivo. È un’autentica rivelazione, un amore a prima vista che orienterà per sempre il suo immaginario visivo e culturale.

Negli stessi anni si avvicina concretamente alla pittura grazie al vicino di casa, il pittore G. Muscio, che lo introduce alla tecnica dell’olio e dell’acquerello. Inizia così a rappresentare paesaggi naturalistici, apprendendo i fondamenti della composizione pittorica e, soprattutto, l’arte dell’inquadratura: la capacità di ritagliare la realtà, di scegliere cosa includere e cosa lasciare fuori, gesto che anticipa già la sensibilità fotografica futura.

La sua formazione prosegue fino alla laurea in Architettura presso il Politecnico di Milano, conseguita a metà degli anni Ottanta. Gli studi universitari ampliano e consolidano il suo sguardo, offrendogli l’occasione di approfondire grandi maestri che segneranno il suo percorso: oltre a Michelangelo, artisti come Andrea Mantegna, Pieter Bruegel il Vecchio, Francis Bacon e Andy Warhol. Parallelamente, entra in contatto con il mondo della fotografia: inizialmente strumento di documentazione e rappresentazione del reale, essa si trasforma progressivamente in mezzo espressivo autonomo.

A partire dagli anni Novanta, la sua fotografia si colloca in una zona di confine tra pittura e immagine fotografica. Lo scatto diventa sempre più evocativo, costruito come una tela: luce, composizione e postura dei corpi richiamano la tradizione artistica, mentre il contenuto si fa narrativo. Ogni immagine deve raccontare una storia, talvolta esplicita, talvolta celata. Non è mai un gesto autoreferenziale, ma l’apertura verso un universo emotivo più ampio.

La sua è una fotografia che indaga il reale sotto molteplici punti di vista, spesso oltre ciò che l’occhio percepisce. È sociale, perché dialoga con la memoria collettiva e con l’arte del passato; è intimista, perché nasce da un’esperienza personale e interiore. Le sue immagini si nutrono di letteratura e poesia: da Alessandro Manzoni a Pier Paolo Pasolini, dallo stesso Michelangelo poeta ad Arthur Rimbaud, fino alle suggestioni visive di René Magritte. Ogni progetto nasce da un dialogo stretto con la parola scritta e con la pittura, in un continuo rimando tra immagine e testo.

Dopo numerose richieste di esposizione sin dagli anni Novanta, nel 2017 decide finalmente di rendere pubblica la propria ricerca artistica. Con “Scatti in rime” porta in mostra un progetto ispirato alle “Rime” di Michelangelo. Nel 2018 realizza “Quel cielo di Lombardia…”, percorso fotografico sui Promessi sposi di Manzoni, ricostruendo idealmente il viaggio di Renzo nei luoghi narrati dallo scrittore. Nello stesso anno nasce “Dona luce ad Amatrice”, testimonianza visiva successiva al terremoto.

Nel 2019 presenta “Vitalità disperata”, progetto ispirato alle poesie e alle Lettere luterane di Pasolini, con riferimenti ai disegni di Michelangelo e alle suggestioni del “Cristo velato” di Giuseppe Sanmartino, e con la partecipazione dell’étoile Oriella Dorella. L’opera verrà esposta anche alla Biennale d’arte di Genova “Satura” e a Villa Strozzi a Firenze.

Con “Pollicino sognatore” (2020–2025), progetto di denuncia contro il maltrattamento dei minori, unisce il tema del mare alla fiaba di Pollicino, intrecciando testi di Rimbaud, Omero e altri autori, ancora con la partecipazione di Oriella Dorella. Nel 2026 conclude “Una vita come tante”, serie di ritratti che raccontano metaforicamente le quattro stagioni dell’esistenza: infanzia, adolescenza, età adulta e senilità.

Accanto alle mostre personali, partecipa a numerose collettive e riceve diversi riconoscimenti, tra cui premi al Biancoscuro Art Contest e alla Biennale d’arte di Genova per l’opera “Cronofobia”.

La fotografia, per Mario Voria, non è semplice rappresentazione ma atto di interpretazione: un tentativo di fermare una realtà complessa, stratificata e veloce, o talvolta di inseguirne il movimento invisibile. Ogni scatto è un frammento di racconto, un dialogo silenzioso tra luce, memoria e parola, in cui convivono la disciplina dell’architetto, la sensibilità del pittore e l’inquietudine del poeta.

 

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